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on line - Settembre 2003

 

 

 

Ostro

Ho un dolore che sanguina vento
Su capi e frontiere flesse all'aurora del rimando.
Un volto istoriato a chiaroscuro,
Che fa le veci al sole
E un disordine che odora rotta,
Arando vele a Dio

 

E ancora il forse a scalfirmi
Che artiglia con unghie di falena
E ne divora sale all'ombra di panchine incustodite

Sono pioggia imprecisa
E mentre conto miglia infilo perle piane
Su fili immaginari tingendomi le mani di follia

Potete cogliere lacrime intarsiate su scogli
Come mitili arresi per farne maree
Dove il sempre posa sfamato
Un tratto che mai muore
Prima d'abbandonarsi sul mare

Luna
Parodia sbieca
Osservarti mentre inventi condanna.
Di questo cielo che ci slega
Potrei mangiarne curva
Se solo mi voltassi al tuo pallore muto.
Potrei plasmarne uscio
Scovando chiavi
Laddove barlume arretra al nome dell'amore.

Morirai mai, luna?
Spegnerai la notte fra le tue labbra al neon
E sarò scroscio nuovo.
Sarà così.
Lo sento.

Spirerai col fiato del silenzio
E diverrò tua sposa rendendoti mia culla.
Libererò corpo da aghi senza crune
E scivolando su screpolature indomite
Vestirò nome freddo.

I turbamenti sono semi d'ortica
Ho terra incolta quanto basta a renderti sovrana.
Conobbi l'amore e ne inventai carni affamate
Per poi farne digiuno.
Vegliando torpori in balia di diluvi
Ho intinto pane su labbra di mimosa
Sentendo accordi nudi.

E non so dirne pena
Se questa mi è di grazia
Né so scompormi fitta
Se in questa ho divorato miele
Creandomi respiro

E che d'amore se ne parli ancora
Che se ne dica sangue,e vizio, e torto, e offesa.
E se di morte si dirà,
Bussatemi le ossa
E puntate a bandi in mostra d'inchiostro vaneggiato.

Che possa averne tralci
Di questo mio sfiorire su semi circolari.
Fiotto per ungerne esordio
E vampa per ravvivarne fuga.
Che sia sempre replica per poi farne principio.
E se mancarmi ne sarà balzello
Rinascerò selciato per svolgermi stagione
A partorirmi fiato.

Dammi l'istante luna.
Dammi l'attimo che serve a non svanirgli.
Quanto basta a ritrarmi vera.
Il tempo di una luce fiocca scialba.
Un avanzo ad infilarmi dentro
Per offrirgli mosaico di rimpianto.

Dovrei sbocciare nel deserto come rondine
Prima d'andarmi oltre.
Dilagare l'alba del suo odore fino a farne sabbia.
Con canestri allestiti all'esodo
Trafiggerò il mio dire cavandone poesia
A farmi cosa viva

 

La luna spira.
Cullando a rilento cortometraggi illusi
Cola quiete su accenni insabbiati in verticale

Dal basso, a fissarla un pierrot accecato
Sorride chino
Spegnendole confini.

2005

marina minet

 

 

Ritratto

( Il pittore, sull' impulso
voltò capo
e foderando tela di carni amate
Placando incanto
Posò visione sul vermiglio dell'amore
Scacciando l'arte che limiti assetava .)


“la musa
sangue e fiato.
Espugnando corpo ad alternanza
Sdrucì pieghe sul ricamarsi forme
E spense pallore d'usurato
Specchiandosi immortale.”
**

“Di porpora, labbra arcuate
Sfiorarono il pittore
Leccando tavolozza
In lieve disincanto.”


(Fra Lame affilate
Del suo rapirsi oltre la tela
Il pittore cercò tratto
Inondando il cristallino di sua posa.)


“Ad ingannarlo con austera sosta
Di sfida le sfalsò un sorriso,
Vacillandoci
A croce all'indecenza
Vanità trafitta e carne
Sfinendo le sue mani.”


(Legò la tavolozza, ai palmi
E incerto cominciò il ritratto
Percorrendo le sponde dei suoi fianchi)


“ Bulbi, gli occhi schiusi
Perni d'effigie
Come valli a colline
Scesero lenti nel grigio dell'attesa.
Trine le sue dita,
Ancelle d'unghie gracili
Accostate ai seni, a scorrere
Il cammino suo, violato.”


(Assestò su spanne le sue armi
Cedendo in crollo ruvidi pennelli
E scostandosi l'amore
Ne tenne riserva d'avvenire
Impregnandosi la tela di rimando)


“Dei sì, dei se e dei poi
Colava il suo sentire
Avviandosi a morire
Sull'estro del pittore. “


(Rapidi fra capelli,
Occhi annegati fuggirono meta
E setole schizzando eternità
Rinviarono commiato
Assopendovi colori
D'alone tratteggiato)


“Stigmate,
I dolori suoi riavvolti
In muliebre pensiero
Come filo in cerca e a capo
Sbalzato a coda
Nel darsi muto
A regalargli scie
Morenti
Fra cicatrici di passato.”


(Lavò i pennelli sigillandone tono
E ne strappò tre avanzi,
Carpendone finezza )

***

(Volse gli occhi,
In mola di parole
Mirando il vero e il falso
E inganno non vi fu.
Bagnando mani a gloria
Colse la sua tela
Udendone respiro e battito
E vide unica essenza.)


“Di resina segnando grazia
Sfoggiò i cuscini
Delle sue guance stanche
Eclissandone il carminio del ritratto.”


(Compiuta, la sua tela
Incrinò l'alba sul rimpianto
E giunse tempo a pena.
Posando requiem in chiaroscuro
Assediò toni estinti
Sul margine di spire malcontente
Riecheggiandone volto venerato.)


“ Di vesti ricoprì scultura
Scollandosi carezze sorde
E statua ridivenne guscio
In soffio al gesto rianimato”

2004

Marina Minet

 

E il sole fuggì a inquinare.
Il primo veleno le recise i polsi in una verità manipolata e sangue a fiotti
Perse annata buona ]


(Il guardiano della grazia è ghiotto di soffitti immobili.
Tu ad accontentarlo
Osservi;
Trattieni lo sguardo
Tenendoti stretta
Agli angoli perimetrali degli inganni)

da Il Pasto di legno- dicembre 2003 Marina Minet

Sono di me stessa

 

Sono di me stessa l’anima esteriore
E mi amo intensa
Come se mi fossi sposa
Oppure ossa e amabile carcassa.
E l’indole mi è pane
 fame e ruvido languore

Sono di me stessa l’indice del tempo.
Il gesto attuato e quello che distanzio
Citandomi intervallo
E pausa alterna
Come se mi fossi vita
O sangue caldo in vena

Sono di me stessa la volontà precisa
E il polso che contempla.
Lo sguardo inflitto tomba agli avvoltoi
E il cuore mio lo adoro
Ferendolo scandendo al patimento
Come se mi fossi amante
E Babilonia sposa

Sono di me stessa il boia e la sentenza.
La presa stretta e quella che lasciai.
La voglia rivelata schiva e irriverente
E ancora del respiro la trazione
Mi cerco anche dormendo
Come se mi fossi madre senza amore

Sono di me stessa la difesa
 E pronti ho i denti alfieri
Crudeli ai limiti dei cieli
E per frenare l’ira io mi prego
E chiedo agli incisivi la pazienza
Come se mi fossi miele
Cariandoli carezza
 
Sono di me stessa il nome.
La voce e il grido dirompente
E ascolto mi venero in silenzio
Come se mi fossi figlia
E bibbia alla genesi dei venti
Liberati a echeggiare

11/7/08

 

Marina Minet

(Osservi carne da cancellare
Riflessi distorti
Trapiantati in specchi padroni.
Aspetti estrema unzione
In rinascita d'occhi compiaciuti
Da lineamenti sottili
Stampati in fondi di bottiglia
Mai abbastanza cavi)

enter

(Abiti una marionetta sdentata
Cucita a doppio filo trasparente
Ammaestrata a riempirsi spazi vuoti
Scioglie grassi in coniati obbligati.
Il letto sprofonda
Cassonetto ingrassato
D'immondizia precoce)

1/12/2003

marina minet

La coscienza è il trampolino di lancio, verso la colpa.
E' la mano invisibile che volta il capo ad un punto fisso senza vederne stasi.
E' l'ingegno di Dio ad osservarci le mani, quando non le usiamo.
L'uomo si è limitato solo a rielaborarne la sensazione, congelandone parti in eccesso al momento propizio.
La coscienza nasce nell'attimo esatto nel quale ci poniamo il dubbio dalla sua assenza, guardandoci le impronte

oltre il visibile.
 
[Definizione della coscienza vista di spalle]
Marina Minet